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Banche centrali, guerra ai Bitcoin

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Uno spettro si aggira sulle banche centrali, ma non è il Cigno Nero dell’economia mondiale: è la bolla speculativa dei Bitcoin, il Brutto Anatroccolo del mercato valutario. In Italia se ne parla poco, il concetto di moneta digitale è ancora fermo alle carte di credito, ma nella comunità finanziaria internazionale e tra le autorità di vigilanza, la crescita stratosferica, rapida e sostanzialmente incontrollata della «cripto-valuta» sintetica che si spende sul web, non è passata inosservata.

Bitcoin non è Google, Apple o Facebook, ma chi giudica speculative le quotazioni dei primi protagonisti dell’era digitale, dovrebbe dare un’occhiata ai grafici di Bitcoin: chi altro ha mai guadagnato il 274mila per cento in appena 96 mesi di scambi? Quali prospettive di reddito e sviluppo sono mai nascoste nel futuro di una valuta elettronica senza volto e senza storia, di cui mezzo mondo conosce a malapena solo il nome? E non solo quello della moneta: il mondo che gira intorno ai Bitcoin è talmente opaco, che dopo nove anni di caccia all’uomo tra il Giappone, gli Stati Uniti, l’Europa e l’Australia, non è ancora chiaro chi abbia inventato i Bitcoin. Satoshi Nakamoto, il presunto ingegnere di Tokyo che nel 2008 ne rivendicò la paternità, si è scoperto ora che non esiste affatto, né in Giappone né sul web. Vero è che uscire allo scoperto non conviene più nemmeno a lui: le autorità di vigilanza finanziaria e i servizi di sicurezza asiatici e australiani vorrebbero infatti sapere dal signor Sakamoto – chiunque esso sia – dove abbia nascosto il «Tulip Trust», un fondo fiduciario offshore in cui si dice da 10 anni che l’ideatore di Bitcoin abbia versato un milione di Bitcoin, che nel 2009 costava appena 40 centesimi. Se quel denaro elettronico fosse convertito oggi in valuta reale, frutterebbe al fortunato inventore oltre un miliardo e 100 milioni di dollari americani: il valore di partenza era di poco superiore ai 400mila dollari.

Una sfida ad alto rischio
Ma fosse tutto qui, il mistero di Bitcoin sarebbe anche divertente. Ma nella realtà dei fatti, si tratta di una sfida ad alto rischio non solo per gli specialisti della speculazione finanziaria, ma soprattutto per chi sta sul fronte opposto: banche centrali e autorità di vigilanza. Dopo aver speso 12.300 miliardi di dollari per proteggere dollaro, euro e yen dalla crisi bancaria globale e del debito europeo, dal caso Grexit e dallo shock di Brexit, dall’incognita Trump e dalla volatilità crescente dei cambi valutari globali, la «Santa Alleanza» delle potenze monetarie sembra ora prepararsi allo scontro con la «Jihad valutaria» del nuovo populismo finanziario: scudi e bazooka sono già puntati contro l’avanzata dei Bitcoin. E almeno sulla carta, la sfida tra moneta reale e valuta digitale sembra avere un esito scontato: Bitcoin ha munizioni per circa 18 miliardi di dollari, a tanto ammonta la capitalizzazione mondiale della cripto-valuta, mentre la potenza di fuoco a disposizione delle banche centrali si è dimostrata finora illimitata.

Un’ascesa senza freni
Ma come in natura, anche sui mercati finanziari non sono le dimensioni ma la forza a garantire la sopravvivenza. E la forza dei Bitcoin, malgrado la giovane età, è quella di un lottatore di Sumo. Sembra un paradosso, ma il fatto che le grandi potenze mondiali continuino a scontrarsi ad ogni occasione sulle «manipolazioni» dei tassi di cambio tra dollaro, euro e yuan, senza poi accorgersi che il vero nemico dell’ordine valutario non ha passaporto o confini, rappresenta la peggiore fragilità del fronte «lealista»: solo nell’ultimo anno, Bitcoin ha guadagnato oltre l’80% nel cambio sul dollaro, il 70% sull’euro e addirittura il 140% sullo yuan cinese. Se il ritmo con cambia, qualcuno rischia davvero di farsi male: il solo fatto che le quotazioni di Bitcoin salgano oggi in parallelo con quelle dell’oro, non è certamente un buon segno per Fed e Bce. Nella mentalità “distorta” dei mercati finanziari, del resto, ogni esitazione di governi e banche centrali nella battaglia contro il nuovo disordine mondiale è spazio aperto per nuova speculazione: a Wall Street, per esempio, non importa assolutamente nulla che la Cina abbia quasi commissariato le piattaforme di scambi in Bitcoin a Shanghai e Hong Kong, o che gli Emirati Arabi Uniti abbiano appena trasformato in reato penale il possesso e l’uso di qualsiasi valuta digitale perché il boom dei Bitcoin faceva da copertura alla fuga dei capitali dal Golfo. A Wall Street, l’unica cosa che interessa è aggiudicarsi una fetta del business miliardario di Bitcoin prima che qualcuno reagisca e faccia ordine: oggi l’obiettivo prioritario è ottenere il via libera della Sec alla quotazione del primo Etf in Bitcoin a livello mondiale: in pratica, sarà il primo derivato valutario sintetico che avrà come asset sottostante una valuta che nella realtà neppure esiste. Se la nuova era della finanza digitale comincia così, il resto è quasi meglio non saperlo.

Anche se l’uso del denaro elettronico o digitale è entrato da anni nelle abitudini di pagamento di centinaia di milioni di persone – conti correnti on-line, carte di pagamento e di credito, portafogli elettronici (electronic wallets) per cellulari e iPad sono ormai più diffusi degli assegni – l’invenzione di Bitcoin sembra insomma fatta apposta non solo per spodestare il monopolio bancario negli strumenti di pagamento elettronici e nelle transazioni commerciali internazionali via web, ma anche il sistema valutario del dopo gold-standard: e con questi, l’intera rete di sicurezza creata dai governi e dalle istituzioni internazionali contro il riciclaggio di denaro, l’evasione fiscale e l’esportazione illecita di capitali.

Il rischio di perdere il controllo
Anche se lo scenario è fortunatamente lontano, la velocità del cambiamento nello scenario geopolitico e soprattutto l’impatto delle nuove tecnologie digitali sulle regole del gioco nei mercati finanziari sta aumentando in modo esponenziale. E per le autorità monetarie, gestire il passaggio tra vecchi e nuovi modelli organizzativi della vigilanza non è sicuramente facile, soprattutto per le diffidenze crescenti tra governi e la confusione nelle relazioni politiche internazionali. Ma la percezione che hanno a Francoforte, Londra, Washington o Pechino dello tsunami Bitcoin è già chiarissima: oltre un certo limite, il rischio concreto delle istituzioni monetarie è perdere il controllo su emissione, circolazione e valore della moneta. Esagerare i pericoli sistemici per mercati e valute è un po’ una caratteristica globale in questi tempi, ma in questo caso lo stato d’allarme su Bitcoin è logico e concreto.

L’idea alla base dei Bitcoin è stata infatti creare una valuta digitale che fosse indipendente da ogni tipo di autorità o governo nazionale e che permettesse di effettuare pagamenti elettronici a livello globale senza controlli, in maniera istantanea e soprattutto anonima. Tutte cose interessanti per lo sviluppo del commercio digitale globale non agganciato all’altalena dei tassi di cambio e dei tassi di interesse. Ma anche innovazioni da maneggiare con cautela. Anonimato e non tracciabilità sono due caratteristiche che trasformano un mercato in un far west, in una prateria per evasori, riciclatori e bande di criminali che vogliono spostare capitali illeciti senza lasciare traccia, odore o impronta.

Bce la prima a capire i pericoli
Un po’ a sorpresa, la prima istituzione monetaria a capire i rischi nascosti di questa unione tra tecnologia e furbizia, è stata la Bce: da tre anni, una task force di esperti è stata incaricata da Mario Draghi di tenere sotto controllo la penetrazione dei Bitcoin nei confini dell’Eurozona. Nell’ultimo rapporto del 2015 consegnato al direttorato di Francoforte (“Virtual currency schemes – a further analysis”), Bitcoin figura a sopresa come «la più grande minaccia potenziale per la politica monetaria e la stabilità dei prezzi, per la stabilità finanziaria e la vigilanza prudenziale». Anche per un neofita della vigilanza, più che un elenco di rischi sembra una dichiarazione di guerra.

«Per ora la diffusione di Bitcoin è marginale – è scritto nel documento della Bce – ma è fondamentale tenere sotto controllo il volume dei Bitcoin emessi, la loro connessione con l’economia reale, il volume delle transazioni e la conversione dei Bitcoin in valute reali: il monitoraggio e la disincentivazione degli accordi tra sistema bancario vigilato e gestori della valuta elettronica è fortemente raccomandato». Facile a dirsi, ma non a farsi. Non solo perché intorno a Bitcoin si sono “materializzate” in poco tempo altre 500 piattaforme monetarie digitali di pagamento, ma anche perché è difficile rivendicare controllo e vigilanza su una moneta che di fatto non esiste: «Bitcoin – spiega la Bce – funziona senza un’istanza di controllo centralizzata quale una banca centrale: da una punto di vista giuridico, quindi, non è considerata una moneta».

O almeno, non lo è per i modelli tradizionali di sistema monetario. Nell’era digitale, è il mercato che decide se una cripto-valuta va considerata un algoritmo complesso o una vera moneta: Bitcoin ha già oggi 500mila conti individuali attivi da cui si originano 100mila transazioni al giorno, con un totale accumulato di 198 milioni di operazioni effettuate. Come si definisce una realtà di questo tipo? La reale pericolosità per le banche, che dopo lo shadow banking rischiano ora un’ulteriore disintermediazione, e altrettanto temibile per chi stampa denaro.

L’azione di Bankitalia e Consob
In Italia se ne parla poco a livello ufficiale, ma non tra le istituzioni. Banca d’Italia e Consob hanno messo sotto stretta sorveglianza l’intero mercato della valuta digitale monitorando soprattutto il suo uso negli acquisti di beni e servizi: la diffidenza degli italiani nell’uso della carta di credito, in questo senso, non sembra estendersi al portafoglio dei Bitcoin. «La Banca d’Italia – abbiamo appreso dalla Bce – ha emanato già dal 2015 un allarme della vigilanza sull’uso e la diffusione delle valute virtuali». Lo stesso direttorato di supervisione (Supervisory Directorate), inoltre, ha recepito e rilanciato la raccomandazione della European Banking Authority, l’autorità di controllo sulle banche, senza usare mezzi termini: «Si deve scoraggiare in ogni modo – questo il testo della raccomandazione alle banche italiane – l’acquisto, il possesso o la vendita di Bitcoin tra banche commerciali e tra intermediari finanziari residenti in Italia». Di tenore analogo è un documento riservato di un’authority nazionale di cui si conosce in realtà ben poco: la Italian Financial Intelligence Unit. Sulla carta, dovrebbe essere l’interfaccia nazionale della Financial Action Task Force (Fatf), il nucleo investigativo internazionale anti-riclaggio creato a Parigi nel 1989 su iniziativa del G7. «La task force italiana – spiega ancora la Bce – ha diffuso una circolare in cui mette in guardia le banche sull’uso anomalo delle monete virtuali: gli intermediari devono segnalare immediatamente le operazioni sospette in Bitcoin e le transazioni che potrebbero nascondere non solo il riciclaggio di denaro, ma anche il finanziamento di gruppi terroristici».

Chi manovra i Bitcoin
Lo schema operativo che preoccupa le istituzioni monetarie e le loro emanazioni è semplice quanto efficace. Soprattutto quando le transazioni sono fittizie o illegali. Per manovrare i Bitcoin non serve la patente e neppure una laurea. Il primo passo è acquistare e scaricare sul computer la «App» di Bitcoin e poi aprire un conto nominativo individuale su una delle piattaforme digitali di scambio. Il secondo passo, è trasferire il denaro reale dal proprio conto bancario a quello aperto in Bitcoin, operazione non monitorata in quanto originata su piattaforme nazionali. E qui nasce il problema. Non potendo più essere tracciato (non c’è più intermediario bancario vigilato a registrare le transazioni), il titolare del conto trasferisce indisturbato il patrimonio in Bitcoin su un altro conto personale (aperto negli Usa o in Europa) intestato a parenti o soggetti terzi compiacenti o addirittura complici: a operazione avvenuta, i Bitcoin cambiano paese di residenza e giurisdizione, lasciando al proprietario la possibilità di scegliere il momento giusto per spenderli o cambiarli in altra valuta. Alla fine della giostra, i capitali hanno preso il volo con destinazione ignota, e l’intera operazione non lascia traccia né sui radar delle autorità finanziarie n di quelli dell’antiriciclaggio o di controllo sull’esportazione di capitali. Prove certe sulla relazione tra le distorsioni e le oscillazioni di prezzo dei Bitcoin e le manipolazioni valutarie e finanziarie che si consumano dietro la valuta digitale ancora non esistono. Per ora solo le autorità di vigilanza cinesi hanno trovato una correlazione tra il boom dei Bitcoin e la fuga di capitali dalla Cina: il balzo del volume delle transazioni in Bitcoin e la caduta dello yuan hanno un comune denominatore nelle tensioni finanziarie internazionali che generalmente alzano tensione e polverone tra Governi e sul mercato dei cambi.

Il problema, è che a fare le spese di queste dinamiche opache e speculative non è solo la credibilità delle istituzioni, ma anche il piccolo investitore che in buona fede compra Bitcoin pensando al futuro radioso della tecnologia finanziaria. Ma senza regole appropriate, reale o digitale che sia fa poca differenza: è solo gioco d’azzardo 4.0.

Fonte ilsole24 di


Registrazione Point

Da qualche giorno è stato inserito sul nostro backoffice la voce Acceptance Points dove è possibile inserire alcuni informazioni. Dati che ognuno di noi è pregato di inserire , in quanto Swisscoin sta eseguendo un censimento delle zone in tutta italia, per rendersi conto di quanti punti di accettazione potranno esistere e dove, e anche quanti utenti/procacciatori ci saranno; si intende che tale registrazione non comporta nessun impegno da parte vostra.Grazie per la vostra collaborazione(fate girare ai vostri amici).

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Cari Partners, si prega di leggere le notizie con cura e trasmetterle a tutti i partner.

Marquetant non fa più parte del progetto “SWISSCOIN”

IL Fondatore di SWISSCOIN Mr. Marquetant ha terminato definitivamente la sua carriera in SWISSCOIN. Motivo per l’abbandono sono diverse procedure di indagine da parte dei pubblici ministeri svizzeri in cui il signor Marquetant è accusato di riciclaggio di denaro e frode. Per evitare danni alla società e allo sviluppo positivo del SWISSCOIN era inevitabile questo passo. Allo stesso tempo, abbiamo avuto le informazioni da una fonte affidabile, che sotto la guida del signor Werner Marquetant è stato previsto un attacco alla nostra SWISSCOIN-Network della Società. SWISSCOIN non accetterà tali azioni e di tutti i partner che mostrano la slealtà e il comportamento scorretto nei confronti della Società verranno chiusi i propi Account senza ulteriori discussioni. Tutti i partner e manager devono stare dalla parte della società ed essere i migliori titolari per promuovere il nostro obiettivo comune, per rendere SWISSCOIN un successo nella storia,e che tutti noi vogliamo che sia. Invitiamo pertanto tutti i partner a stare con la società e nella nostra causa comune. Non vediamo l’ora di una collaborazione di successo con voi e la vostra squadra.

Blockchain

Il 29 al 30 ottobre 2016 c’è stata una riunione di base in cui è stato deciso di avere il Blockchain decentrata del futuro SWISSCOIN realizzato da un team di sviluppo competente. Il 20 novembre 2016 abbiamo dato l’incarico ad un team di sviluppo competente di realizzare un blockchain decentrata. L’IPO sarà approssimativamente il 1 agosto 2017. Non ci sono limiti al livello di transazioni previste. Allo stesso tempo, abbiamo iniziato a acquisire in tutto il mondo i punti di accettazione dei Swisscoin. questo è stato un suggerimento comune dei nostri principali investitori, consulenti, banchieri e leader e con il via libera per il successo in tutto il mondo di SWISSCOIN.


Infatti con le nuove norme viene fissato un limite numerico, come ricorda Italia Oggi, alle operazioni. Superato un certo importo scattano i controlli per la presunzione di “nero”. L’emendamento approvato nel decreto fiscale di fatto potrebbe cambiare e non poco i movimenti sui conti correnti. La normativa in questo momento stabilisce che l’uso del contante è di fatto vietato a partire da una cifra che superi i 3000 euro.

Di fatto le norme fiscali in merito sono molto chiare: scattano sanzioni nel momento in cui chi ha il conto corrente non riesce a giustificare le somme che sono depositate. In questo caso scatta una sorta di recupero da parte del Fisco con una tassazione del reddito. Una regola questa che riguarda molto spesso gli imprenditori e i commercianti e che a volte può riguardare anche i risparmiatori. Adesso le nuove regole fissano un limite numerico ai prelievi giornalieri o nell’arco di 30 giorni. Mille euro al giorno e 5mila mensili di fatto sono i nuovi limiti fissati. Superati questi tetti si aprono le porte dei controlli fiscali che potrebbero portare a pesanti sanzioni.


Sì, la Disney si è fatta la sua blockchain e i suoi “bitcoin”. E li userà così

Disney sceglie la blockchain. La compagnia, che può contare su revenue di decine di miliardi di dollari l’anno e asset di oltre 10 miliardi, ha creato la sua prima blockchain “ibrida”, sia pubblica che privata. Si chiama Dragonchain e aiuterà l’azienda a migliorare le sue operazioni di business nei settori principali in cui è impegnata, il retail (online e offline), la produzione televisiva e i parchi tematici nel mondo.

Si chiama Dragonchain, una blockchain ibrida creata da Disney per risparmiare soldi e tempo. E a proposito di soldi, arrivano anche i “bitcoin” di Topolino

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Quando Disney ha iniziato a studiare la blockchain

Che la Disney stesse costruendo la sua blockchain lo sapevamo dal mese di marzo.Quando l’azienda si era messa alla ricerca di sviluppatori talentuosi della tecnologia per la sua sede di Seattle. I lavori sono proseguiti in questi mesi fino alla data di rilascio di Dragonchain. Il protocollo, spiegato in un documento di 15 pagine (scaricabile qui), è sviluppato su Apache 2, la piattaforma di server web più usata. La struttura – come si legge su ZD Net – ha caratteristiche simili a molti prototipi di blockchain, con feature come il timpestamping, o marca temporale, struttura a blocchi, sistemi proof-of-work, per scoraggiare abusi di servizi, proof-of-stake, altro metodo per la messa in sicurezza della rete, e la procedura delle firme digitali.

Come la useranno

A oggi l’azienda non ha spiegato come intende usare la sua blockchain. Ciò premesso possiamo immaginare alcuni scenari che possono aprirsi. Oltre a quello più evidente, dell’uso della tecnologia per facilitare le transazioni finanziarie con distributori e partner, eccone altri possibili:

– per rilasciare “Mickey Mouse coins” che potrebbero essere interoperabili con asset come i bitcoin;

– per creare programmi per monitorare il tempo delle corse nelle piste dei giochi e la lunghezza delle code, all’interno dei parchi tematici (e ottimizzare questi processi);

– nelle procedure nella supply chain, un ambito di applicazione in cui la blockchain può fare la differenza.

La blockhain nella supply chain

Molti big, come IBM, hanno già capito le potenzialità della blockchain nell’ambito della supply chain, ed è più che probabile che sia questo l’ambito in cui Disney sfrutterà le potenzialità della tecnologia. Usata nelle attività logistiche dell’azienda,la blockchain porterà svariati benefici nel risparmio di tempo e nell’ammortizzazione dei costi delle materie prime. In questo ambito la tecnologia può facilitare le operazioni, rendendo visibili i dati in tempo reale, come la partenza e il peso della merce, e le informazioni sui proprietari e il valore del carico. I risultati di una più facile condivisione dei dati porteranno a una più facile scelta dei fornitori, rispetto all’affidabilità che hanno dimostrato, visibile sul network con uno storico delle altre operazioni che hanno effettuato, e un abbassamento dei costi per ritardi e perdite di merce e documenti.


Dopo l’exit ad Amazon, la nuova sfida di Vincenzo Di Nicola è bitcoin

Ve lo ricordate il trentenne italiano che aveva fatto l’exit ad Amazon? L’importo della vendita non si è mai saputo e di lui si erano perse le tracce. E’ tornato, con una startup che vuole “aprire” i bitcoin: Conio

Vincenzo Di Nicola è un ingegnere abruzzese di 36 anni e per un decennio, dopo un master in Computer Science, è stato in Silicon Valley con incarichi in Yahoo! e Microsoft. Ma abbiamo sentito parlare molto di lui quando, nel 2013, ha venduto ad Amazon la sua startup, GoPago, un sistema di pagamento cloud-based co-fondato con Leo Rocco e partecipato da JP Morgan Chase. Il team di sviluppo è stato incorporato all’interno del colosso americano dell’eCommerce e la tecnologia integrata nel mondo retail fisico. Di quella exit non si è mai saputo l’importo, così come negli ultimi anni si erano anche perse un po’ le sue tracce, ma oggi rieccolo, Di Nicola, con un nuovo business: si chiama Conio, ed è una startup che promette di “aprire” i bitcoin a tutti.

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Dove eravamo rimasti

Per tre anni è stato lontano dai riflettori. Rientrato a Teramo dopo l’exit, ha portato avanti anche un progetto di storia digitale nel suo ex liceo. «Insegnare e divulgare la propria esperienza alle nuove generazioni è qualcosa che dà una gioia difficile da descrivere», spiega Di Nicola. Con un gruppo di studenti ha voluto immaginare come sarebbe stata raccontata quotidianamente la tragedia della prima Guerra Mondiale se Twitter fosse esistito all’epoca.

Nessun rimpianto per la sua “ex”, GoPago, la tecnologia di mobile payment assorbita (insieme a tutto il team) da Amazon, all’interno di un nuovo sistema di pagamenti, il Local Register. Ma ora il founder teramano sta scaldando i motori per una nuova avventura imprenditoriale, in Italia.

Perché i bitcoin

Dopo essere rientrato dagli Usa inizialmente voleva dedicarsi al foodtech. «Da quando avevo 12 anni – racconta – cioè da quando la televisione si fermò per dare notizia della strage di via D’Amelio, ho sempre avuto come obiettivo dare il mio contributo per il mio Paese. Prima ritenevo che il foodtech fosse il settore giusto per farlo, perché notavo l’incredibile gap di percezione tra la grandissima qualità dei prodotti italiani e la conoscenza della loro stessa esistenza all’estero, e stavo valutando come migliorarlo. E invece…». Invece è tornato al primo amore, il fintech, quando un suo contatto a Singapore gli chiede reperirgli dell’olio di oliva e nota quanto nonostante le barriere comunicative siano state abbattute fosse ancora complicato per lui effettuare un pagamento internazionale. Alla fine l’ostacolo è stato superato facendosi pagare in bitcoin. Da lì la voglia di dedicarsi anima e corpo a fare un prodotto bitcoin, per tutti, proprio dall’Italia dove moneta e commercio hanno fatto storicamente la fortuna di Venezia, Genova e Firenze, per poi dare vita al Rinascimento.

A Conio lavorano anche sviluppatori 18enni

«Come Paese siamo stati ciclicamente all’avanguardia ed è ora finalmente di ripartire con un uno ciclo», dice l’ingegnere di Teramo. «E’ vero che è molto più difficile in Italia – ammette Di Nicola – ma è quando vedo la tenacia e la bravura di alcuni dei miei ex studenti di 16-18 anni che ora lavorano come sviluppatori software a Conio (completando le scuole superiori la sera) che mi rendo conto di aver ragione».

Certo lui che ci è stato ammette che sull’innovazione in generale, è lampante la supremazia degli Usa, che hanno anche prima di altri il valore strategico dell’informatica nel terzo millennio ed investito tanto sul settore, ma, detto questo, gli Usa non sono necessariamente il Paese di riferimento per ogni settore. Ad esempio, per quanto riguarda i mobile payments è il posto nel mondo che sta facendo di più e meglio di tutti è il Kenya.

Quello delle valute virtuali è un mondo nuovo, globale per definizione, in cui non esistono ancora chiari centri di eccellenza. Alcuni governi (come ad esempio quello britannico) ne hanno capito le potenzialità e spingono per poterne diventare il fulcro innovativo. In Italia si sta creando un ecosistema molto interessante (addirittura il prossimo mese Milano ospiterà Scaling Bitcoin, la più importante conferenza tecnica mondiale relativa ai bitcoin, di cui la startup di Di Nicola è sponsor.

In Italia meno tasse sui bitcoin

Inoltre l’Italia è all’avanguardia in materia fiscale. Primo Paese in Europa, che ha dato una interpretazione chiara sulla compravendita dei bitcoin grazie all’interpello proprio del team di Conio a cui l’Agenzia delle Entrate ha dato una risposta chiarendo la normativa fiscale sulla compravendita dei bitcoin. Con la grande notizia: non si paga alcuna tassa sui capital gain. In questo senso l’Italia si è catapultata anni luce avanti agli Usa, dove i bitcoin sono tassati, la normativa fiscale è a dir poco nebulosa e i commercialisti fanno fatica, ogni anno, a capire come adempiere alle richieste del fisco.

Questo darà un boost non indifferente all’adozione dei bitcoin in Italia. Prima si pensava che i capital gain dovessero essere dichiarati alla voce “redditi diversi”: processo assai complesso, che implica dover ricordare i prezzi di carico, venendo poi tassati all’aliquota marginale.
Ora invece è possibile comprare e vendere bitcoin sapendo di fare le cose in regola alla luce del sole e senza pagare neanche un euro di tasse: è quindi possibile effettuare acquisti di prova per piccoli importi senza complicazioni amministrative.

Next step is top secret

Conio propone di «aprire» bitcoin, considerato per lo più ancora un prodotto “di nicchia”: «Negli anni – spiega Vincenzo Di Nicola – tanti prodotti sembravano ristretti solo alla cerchia “tech-nerd”, eppure in questo esatto momento stiamo leggendo facilmente questo articolo su un browser ignorando l’estrema complessità di Internet sottostante…».

E a proposito di tecnologia sottostante, anche per Conio non è dato ancora sapere di più al momento. Ma è prossima al lancio e con un grande partner alle spalle, per affinare tutti i dettagli del prodotto (ancora riservatissimi). Obiettivo: mettere il cliente al centro, secondo il mantra delle startup early stage “break things and move fast” e con un team (dal personale amministrativo a quello di infrastruttura) ha «un’operosità “cinese” e un’ossessione “americana”» di creare un prodotto di facile utilizzo.

Emanuela Perinetti


La sfida a Uber dei tassisti romani: arrivano i pagamenti in bitcoin (grazie a un 23enne)

La startup si chiama Chainside, e ha stretto un accordo con l’Unione Radio Taxi Italia per prenotare e pagare le corse con bitcoin

Da oggi puoi prenotare e pagare il tuo taxi a Roma via bitcoin. Chainside ha stretto una partnership con Uri (Unione Radio Taxi Italia) e il suo presidente Loreno Bittarelli: «Chainside offre un prodotto che aiuta le aziende a gestire nel modo migliore le transazioni con valute digitali. Siamo partiti con i tassisti, ma ci espanderemo ad altri business» spiega Federico, cofondatore della startup a SmartMoney.

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Cos’è Chainside

Federico, 23enne globetrotter con studi di Economia e finanza, è tra i promotori Blockchain Educational Network, associazione nata nel 2014 dall’unione di alcuni Bitcoin Club intorno al mondo, come quello di Stanford, del Mit, e dell’University of Michigan. L’obiettivo è di far collaborare studenti e appassionati e sperimentare insieme nuovi modelli. Oggi il network si è espanso in tutti i continenti in oltre 150 università degli Stati Uniti, Filippine, Kenya ed Europa: «Chainside è nata dall’unione tra appassionati di blockchain con un background multidisciplinare. La collaborazione con Uri è frutto della partecipazione di uno dei cofounder, Lorenzo Giustozzi, a un hackathon. Qui gli è stato proposto di lavorare a un sistema di pagamenti che permettesse ai taxi di accettare bitcoin. Questa prima collaborazione ha dato la direzione al nostro progetto» racconta Tenga.

L’accordo per pagare il taxi in bitcoin

Chainside offre ai taxi portafogli virtuali, servizi di invoice e monitoraggio che si integrano con la loro piattaforma IT. In sostanza, l’utente che vuole prenotare una corsa si collega sul sito ItTaxi, dove può calcolare l’itinerario e il costo della tratta. Il sito invia una email con un coupon che dimostra che ha già pagato. Se vuole pagare in bitcoin viene rendirizzato su una pagina di Chainside, che, una volta ricevuto il pagamento, manda una conferma a ItTaxi. I bitcoin ricevuti poi sono gestiti direttamente dal sito fino a che il fornitore del servizio (la compagnia di taxi, nel caso specifico) decide di venderli o di trasferirli in un altro wallet. Chainside controlla che questo passaggio avvenga senza alcuna criticità: «Non tratteniamo fee di transazione, e non prevediamo di farlo in futuro» spiega Federico.

Il founder romano spiega che il team sta già lavorando per chiudere altre partnership in Italia e all’estero per «proporre soluzioni personalizzate a seconda delle necessità». Oltre a questo, stanno provando a farsi spazio anche nel B2C: «Stiamo progettando un prodotto di walleting da rilasciare pubblicamente, integrato con i nostri prodotti business».

Bitcoin anche per Uber

Non la prima volta che un’azienda di trasporti decide di accettare bitcoin. Ha fatto già scuola Uber che in Argentina ha scelto di passare alla criptomoneta dopo la decisione del governo di bloccare le sue carte di credito.


Poste Italiane, sfida hi-tech di Caio La cripto-moneta tenta le startup

L’ad del colosso ha dichiarato il suo interesse per la ‘blockchain’, l’ossatura tecnologica dei bitcoin.
«Pronti 300 milioni nell’innovazione». Via ad acquisti con pagamenti virtuali.

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L’AMMINISTRATORE delegato di Poste Italiane, Francesco Caio, l’ha annunciato qualche settimana fa, davanti a una platea di esperti di tecnologia e finanza invitati a Milano per Tech Insight, evento del settore. «Guardiamo con interesse alla blockchain e sappiamo quanto importante sia l’innovazione nel settore finanziario», ha dichiarato il manager, facendo riferimento agli investimenti in tecnologia del gruppo postale, che al momento ammontano a circa 300 milioni di euro all’anno.
Ma cos’è la blockchain e perché è così importante per il settore finanziario? È l’infrastruttura digitale alla base del bitcoin, la moneta virtuale che dal 2009 sta facendo parlare di sé nel mondo. Si tratta di un database distribuito in più punti del mondo, che utilizza la tecnologia di scambio peer-to-peer (per intenderci, quella dello scambio dei film) e dove chiunque voglia unirsi può aggiungere un nodo.

PER IL BITCOIN, la blockchain funziona come un libro mastro, dove sono registrate tutte le transizioni effettuate con la moneta virtuale. Non serve il via libera di un ente centrale, ma la registrazione da parte del 50% + 1 dei nodi. Ma secondo il World economic forum, entro il 2025 il 10% del pil mondiale sarà generato da attività basate sulla blockchain. Con il bitcoin o senza. Nell’ambito finanziario, in particolare, l’inespugnabilità del sistema lo rende interessante per le banche, per la registrazione di atti notarili e per le transazioni finanziarie.
Ecco perché un colosso come Poste, sempre più attento allo sviluppo di prodotti per il risparmio, sta testando le potenzialità della blockchain. Nel frattempo, in Italia il bitcoin sta vivendo una seconda giovinezza. Mentre le sue quotazioni sono arrivate a circa 550 euro nel 2016, dopo un 2015 ballerino in cui lo scambio di un bitcoin ha oscillato tra i 150 euro e i 400, a Milano sta crescendo una vivace comunità di startup che vuole portare la moneta virtuale fuori dai circoli degli appassionati e testarla nelle transazioni quotidiane.
Inbitcoin, ed E sono tra le nuove società che hanno aperto uffici a Milano. Inbitcoin ha sviluppato un sistema per far pagare in bitcoin gli acquisti nei negozi. Fondata da Marco Amadori e Luca Sannino, la startup ha iniziato l’attività a giugno. Ha già contratti con una sessantina di negozi, bar e ristoranti in provincia di Trento, ma anche in Friuli e a Brescia.

«LA SCELTA del Trentino non è casuale – precisa Sannino -. Ci sono molti turisti del Nord Europa, che sono correntisti più attivi con il bitcoin». Il negoziante si ritrova un pos per bitcoin, collegato alla cassa, che permette l’emissione di un regolare scontrino. Da qualche giorno anche a Milano Inbitcoin ha trovato un cliente: è il bar dello spazio di coworking Copernico. E la startup è passata anche al pagamento degli stipendi in bitcoin, con buste paga giornaliere che tra qualche mese arriveranno anche più volte al giorno, direttamente sullo smartphone del dipendente. È italiana anche Oraclize srl, società che ha un capitale sociale in criptovaluta e l’obiettivo di sviluppare contratti intelligente sulla base delle tecnologie del bitcoin. Cartina al tornasole di quanto l’Italia stia diventando forte in materia di bitcoin è l’organizzazione a Milano dello Scaling Bitcoin, il convegno più importante del settore.


La BCE vuole rovesciare la criptomoneta per mantenere il proprio monopolio monetario

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La Commissione europea ha pubblicato un progetto che richiede per l’aumento dei controlli che identificano coloro che commerciano criptomoneta per valuta tradizionale per paura di perdere il controllo sulla politica monetaria. Il documento utilizza il finanziamento del terrorismo come un argomento per scoraggiare il loro uso , ma gli esperti ritengono che questa idea è superata e spiegare che tale operazione è perfettamente tracciabile, quindi scartato come un modo di finanziamento.

“La dipendenza degli attori economici sulle unità di moneta virtuale, se crescerà notevolmente in futuro, potrebbe influenzare il controllo delle banche centrali sulla massa monetaria . Pertanto, l’UE non dovrebbe promuovere un maggiore uso di valute virtuali “, difende la Banca centrale europea (BCE), nella sua proposta al Parlamento e al Consiglio europeo.

Economista e direttore del Juan de Mariana Institute, Juan Ramón Rallo, ritiene che la paura la banca centrale è logico, perché la BCE ” perde il controllo di persone di potere rubare, per esempio per l’attuazione tassi di interesse negativi che sono imposte su quelle che mantengono il loro ricchezza in un liquido . Come si perde, perché non controllare questo problema, perché certamente in questione, ma chenon è qualcosa che ci deve preoccupare, ma chi vuole expoliarnos “.

“La posizione attuale della BCE riflette l’auto – l’interesse a perpetuare istituzione inutili e obsoleti , l’emissione di un rapporto semplicistico che si scontra con il grande potenziale di questa tecnologia (trasparenza, immediatezza, riduzione dei costi, tracciabilità delle attività criminali e permettendo nuovi modelli business),contrastato dalle azioni proprie delle grandi banche, assicurazioni, energia, logistica e ad altri settori . Questa è stata sostenuta anche dai rapporti, come il recente sviluppato dal World Economic Forum , che agglutinante analisi sinumerare i riferimenti in diversi mercati come ad esempio il già citato sinistra in pochi dubbi su ciò che queste possibilità , “dice Daniel Diez, specialista Blockchain e tecnologia finanziaria everis.

Gli esperti dicono che il giusto approccio è quello di educare le persone in questo tipo di tecnologia e di controllo punti di entrata e di uscita di capitali, cosa che è già stato fatto.

“In primo luogo, per liquidare questi fondi è necessario per ricorrere al mercato regolamentato come Bitstamp conformi alle normative vigenti in materia di AML / KYC, come qualsiasi banca tradizionale , ” dice Diez. “In secondo luogo , ” continua, ” tali operazioni criptomoneta sono registrati in un registro pubblico, verificabile da chiunque , in grado di tracciare tutti i movimenti che sono state effettuate da un indirizzo (chiamato a chiave pubblica).

“Infine , “, conclude l’esperto Blockchain, ” che è possibile per conoscere l’IP reale dell’emittente della transazione con una precisione del 60%, e da lì a conoscere il paese e la città di provenienza pagamento” . È quindi più sicuro per coloro che svolgono attività criminali utilizzano contanti o talune merci , a causa dell’assenza di record generati dal movimento degli stessi e anche sistemi come PayPal “.


Bank of Tokyo lancia il suo «bitcoin»

TOKYO

Il nome è brutto, il progetto molto interessante. «Mufg coin» (acronimo di Mitsubishi Ufj Financial Grop) promette di popolarizzare il ruolo delle monete virtuali nella transazioni finanziarie: sarà la nuova criptovaluta che Bank of Tokyo-Mitsubishi Ufj (di cui Mufg è la casa madre) si appresta a lanciare, prima per le transazioni bancarie interne e poi per i consumatori.

Sarà il primo grande gruppo finanziario a cavalcare un trend al quale ha fatto da battistrada Bitcoin, che proprio in Giappone ha prima trovato la maggiore piattaforma di sviluppo e poi una grave crisi di immagine. Con il crollo, due anni fa, della Borsa virtuale Mt.Gox, il cui capo, il francese Mark Karpeles, è stato incriminato. La principale banca giapponese sta puntando molte carte sul «FinTech», cercando di sviluppare prodotti e servizi che combinano finanza e information technology, come del resto stanno facendo varie istituzioni europee ed americane, sollecitate dal proliferare di start-up che rischiano di diventare seri concorrenti.

Una differenza con Bitcoin è che il prezzo della criptovaluta Mufg non tenderà a essere volatile: una unità sarà convertibile in uno yen, commerciabile attraverso gli smartphone con una app riducendo le commissioni per una serie di transazioni. In fondo si tratta di una evoluzione delle carte elettroniche prepagate e ricaricabili di amplissima diffusione in Giappone, che però finora non consentono il trasferimento online di fondi. Un utente potrà, ad esempio, prelevare soldi dal suo conto bancario convertendoli in Mufg coins per poi trasferirli online ad altri: sarà più facile, ad esempio, dividere il conto per un pranzo tra amici. Meglio ancora sarà poter trasferire denaro virtuale e poi convertirlo in valuta estera all’arrivo all’aeroporto di un Paese straniero (evitando il latrocinio delle commissioni dei cambiavalute ordinari). Le fonti indicano che comunque Mufg coin arriverà solo nell’autunno del 2017.
Nel frattempo, secondo indiscrezioni, la People’s Bank of China sta lavorando a un piano simile. E non è detto che non arrivi prima.

Fonte IL SOLE 24 ORE

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Sportelli automatici ATM Bitcoin stanno crescendo a un tasso del 2-3 nuove macchine al giorno. Ora ci sono 803 e, se continuano di questo passo,raddoppierà in un anno.
Il sito Bitcoin ATM Radar collima il numero di sportelli automatici Bitcoin che vengono installati ogni giorno in tutto il mondo, che vengono riprodotti rapidamente. Oggi, il 3 ottobre, ci sono 803 sportelli bancomat situati in 53 paesi. È interessante notare che la Spagna è il quarto paese nel mondo con più sportelli automatici che consentono le operazioni con la principale moneta digitale.

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SwissCoin presentazione

2 luglio 2016 a Francoforte sul Meno è stata la presentazione ufficiale (Swisscoin Startup-Event 2016) del nuovo SwissCoin criptovaluta.

Oltre 150 partner provenienti da diversi paesi hanno partecipato l’intero gruppo dirigente event.The di SwissCoin è venuto alla riunione per elaborare il progetto. Alle 11:00 il capo del progetto Werner Marquetant apparso sul palco con un discorso di benvenuto.Ufficiale Swisscoin Startup-evento 2016.

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Poi, uno degli autori di un nuovo libro su SwissCoin Ruth Pinto gli autori hanno presentato al pubblico un progetto educativo SwissCoin Akademie, che sarà disponibile verso la fine di luglio. In conformità con i pacchetti formativi acquistati (Schulungspakete) SwissCoin, in futuro, ogni partecipante sarà in grado di ottenere le ultime notizie sullo sviluppo della criptovaluta e come usarlo nella vostra vita di tutti i giorni. Questo progetto ci aiuterà a capire come investire sulla crescita delle valute elettroniche, come costruire la tua squadra in SwissCoin e ottenere il maggior beneficio finanziario dalla squadra e altri bonus che SwissCoin paga giornalmente. Il Link al SwissCoin Akademie apparirà nel pannello di controllo SwissCoin di tutti nei prossimi giorni